PENSABILITA' DELL'ESISTENZA

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PENSABILITA' DELL'ESISTENZA

Messaggiodi TAULERO_ il ven nov 28, 2008 8:43 pm

Salve, questo é il mio primo post, ... siate clementi :oops:

Sia attraverso la lettura, sia dando un occhiata ad altri forum mi pare che questo tema manchi, almeno manchi tematizzato come questione epistemologica.
Riflettendo mi é parso che l'esistenza, o sarebe meglio dire l'esistere, (il "being", tense che dice l'attualità dell'esistere), si sottragga al pensiero, nel senso che non si lasci ridurre all'idea. E' peculiare, come un dato "immediato" del nostro esperire vitale manchi di una qualche intelleggibilità. Prendendo spunto dalla critica mossa da Kierkegaard a Hegel in merito all'impossibilità di una "cattura" logica dell'esistenza, e parteggiando un po' per entrambe i filosofi, mi son fatto l'idea che il possibile medio in ordine al conoscere l'esistenza possa essere l' "é" della proposizione logica. "Nella logica tutto é statico, nell'esistenza tutto diviene" (cito ad sensum alcuni passi da Briciole di Filosofia). Eppure un nesso dev'esserci in quanto poseggo quanto meno questa differenza logico - ontologica.
Kierkegaard presumeva polemicamente l'impossibilità di una dinamica nella logica, ovvero non teneva conto della natura dialettica del nesso "é" secondo Hegel.
Restituendo tale dinamicità alla logica, anche l'esistenza, almeno parzialmente, credo possa rientrare nell'ambito d'intelleggibilità. Quando dico che il medio é l'essere - che quanto media l'esistenza al pensiero - é l'essere, penso esattamente all'essere nella sua attualità ontologica e come tale affluente sia verso la logica sia verso la metafisica. Ovvero punto di confluenza dell'essenza con l'esistenza.
Perché il discorso abbia valenza metafisica, bisognerebbe anche concedere all'essere un primato ontologico e logico a un tempo, e in base a questo considerare l'appartenere ad esso in modo analogo, e dell'essenza e dell'esistenza.
L'elemento dialettico verrebbe invece recuperato considerando il non-essere in relazione all'essere secondo le due determinazioni di essenza ed esistenza. In un certo senso stando con Kierkegaard, il princpio dialettico essere - non essere é di fatto sempre riferito ad un che di particolare individuato secondo l'essenza e l'esistenza.
Mi pare così di poter assicurare un certo equilibrio, o forse son troppo conciliante, tra i due piani che solitamente vengono gerarcicamente organizzati, rispettivamente dando primato all'essenza (in genere il razionalismo, e il realismo forte), o all'esistenza (per esempio l'esistenzialismo kierkegaardiano). Reintroducendo nel discorso l'essere in senso attualistico ed analogo, sembra si possa perseguire un discorso anche sull'esistenza che eviti il black out dell'initelleggibilità esistenzialistica, e dell'essenza che eviti la sudditanza dell'esistenza al concetto.

Mi accorgo che non sono altro che abbozzi di pensiero e a maggior ragione é valido comunicarlo in un forum specificamente dedicato alla discussione filosofica, sì che dalle forze di più si possa pervenire a maggior chiarezza e migliori intendimenti.

Secondo quanto scritto, il momento previo della conoscenza dell'esistenza, dovrebbe constare di un'ostensione atta a lasciare che l'esistenza e l'essenza vengano all'essere, all'essere del pensiero, in ultima analisi all'idea. E' la struttura stessa dell'impianto che domanda quest'atteggiamento fenomenologico.

Sorge anche la questione circa quanto fino ad ora ho dato per noto, ovvero l'essere, inteso positivamente. Mentre non é per nulla scontato ch'esso sia effettivamente il primo gnoseologico. In altri termini si potrebbe dire che anche l'essere si dà nel pensiero mediante la fenomenicità dell'esistenza individuata dall'essenza. Che l'essere sia sempre l'essere di qualche cosa.
Tuttavia nello stile che mi sono proposto, questo non sarebbe un problema, quanto piuttosto uno stimolo alla precisazione. Infatti, nell'insieme, il quadruplice rapporto di essere, non essere, essenza ed esistenza immagino si costituisca in un circolo ermeneutico, in cui di volta in volta si appalesano i sensi di ciascun elemento.
Dal mio punto di vista, rimane tuttavia che all'interno del movimento del pensiero gioca un ruolo determinate l'attualità dell'essere, il suo primato ontologico in senso forte. E' tale attualità che inoltre garantisce la custodia dei dati della conoscenza sia d'ordine esistentivo, sia d'ordine formale. La logica che successivamente coglierà in tale guisa i dati della conoscenza avrà lo stesso essere come moderatore ed altresì sua forza motrice.

Da questi ulteriori accenni credo s'evinca il tentativo, forse ingenuo, di cercare un appiglio fenomenologico per la metafisica a partire da uno stato di cose frutto della storia della filosofia, e sintetizzate nei quattro termini del rapporto dialettico (essere, non essere, essenza, esistenza). Si tratterebbe se trovato l'appiglio, di operare fenomenologicamente dal punto di vista diacronico e non solo sincronico del darsi dell'esistenza (dell'essenza, dell'essere, del non essere) al pensiero. Sono, infatti, tra quei pochi, mi sembra, che credono nella possibilità di un'esperienza metafisica, alla base del discorso ontologico e logico. Ammesso e non concesso che questa esperienza si dia, nel caso si desse, dovrebbe poter essere analizzata secondo i vissuti di coscienza correlativi ai sensi che metaforicamente si dicono nei termini del quadruplice rapporto. Essi emergono da una tradizione, sono effettivamente dei concetti, delle nozioni stabilite, che per l'approccio fenomenologico possono valere al più come metafore, o rimandi simbolici a dati primari di coscienza che essi da lunghissimo tempo sono designati ad esprimere.

Il circolo ermeneutico sincronico s'innesterebbe su quello diacronico, alla ricerca delle determinazioni progressive dell'intenzionalità che veicolano i termini del discorso (essere, ... esistenza).

Sperando in qualche feed-back
saluto e a presto

Taulero :shock:


Ultimo bump di Anonymous il ven nov 28, 2008 8:43 pm.
TAULERO_
 

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